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Collide@CERN: intervista a Cassandre Poirier-Simon

collide@cern
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Cosa c’entra il più grande laboratorio al mondo di fisica delle particelle con la letteratura elettronica? Molto, a dire la verità. 

 

CERN

 

La “casa” del web

 

Come è noto, infatti, fu proprio per cercare di organizzare al meglio l’enorme massa di informazioni prodotte al CERN (Organizzazione europea per la ricerca nucleare) che, a partire dal 1980, il giovane programmatore londinese  Timothy “Tim” John Berners-Lee prese a dedicarsi alla scrittura del programma  Enquire che avrebbe permesso la gestione ipertestuale dei contenuti, realizzando concretamente le intuizioni avute da Vannevar Bush nel 1945 (MEMEX) e da Theodor “Ted” Holm Nelson nel 1962 (Xanadu).

 

Inoltre, nove anni dopo, fu ancora nei corridoi del laboratorio di Ginevra che Berners-Lee incontrò l’ingegnere belga Robert Cailliau con il quale riuscì a perfezionare Enquire, realizzando il programma che passerà alla storia con il nome di World Wide Web, la “rete di grandezza mondiale”, con la sua “lingua comune” per lo scambio di ipertesti tra computer differenti (HTTP) e il suo linguaggio per l’etichettatura degli ipertesti (HTML). 

 

Arts@CERN

 

La fisica delle particelle e le arti sono indissolubilmente legate: entrambi sono modi per esplorare la nostra esistenza,  ciò che significa essere umani e il nostro posto nell’universo. I due settori sono partner creativi naturali per l’innovazione, la ricerca e lo sviluppo.

Così si legge sul sito di Arts@CERN, il programma artistico multidisciplinare del laboratorio – diretto dal 2015 da Monica Bello  con l’obiettivo di promuovere la collaborazione tra artisti e scienziati al motto di “Great Arts for Great Science“.

 

Istituito nel 2011, il programma è composto da vari progetti, tra cui Accelerate – assegno di ricerca di durata mensile conferito ogni anno a due artisti, di Paesi e settori artistici diversi, che non hanno mai lavorato in un laboratorio scientifico – e Collide.

 

Collide@CERN

 

Collide@CERN è la punta di diamante del programma artistico del laboratorio ginevrino. Il prestigioso premio consiste in una residenza artistica, completamente retribuita, della durata di 3 mesi:

 

“Mettendo insieme artisti  e scienziati di fama mondiale in un libero scambio di idee, il premio COLLIDE esplora elementi ancora più sfuggenti del bosone di Higgs: l’ingegno umano, la creatività e l’immaginazione. Il programma dà agli artisti il tempo e lo spazio per riflettere, ricercare e rinnovare le proprie pratiche artistiche e la propria carriera attraverso l’incontro con il mondo multi-dimensionale della fisica delle particelle in eventi realizzati con grande cura”.

 

 

Collide@CERN è articolato in 3 forme: International Award – collaborazione tra CERN e FACT (Foundation for Art and Creative Technology); Pro Helvetia Award – riservato ad artisti provenienti da tutta la Svizzera – e Geneva Award – premio assegnato esclusivamente ad artisti che sono nati, hanno vissuto o hanno lavorato nel Cantone di Ginevra, un modo per celebrare l’importanza che esso ha avuto e ha nelle arti e nelle scienze.  

 

 

Collide@CERN: la vincitrice del settore Scrittura Digitale

 

Nel febbraio del 2016 il CERN ha annunciato che la vincitrice del Collide@CERN Geneva Award, settore Digital Writing, è l’arista Cassandre Poirier-Simon. Designer indipendente attiva tra Ginevra e Parigi, Cassandre è specializzata “in costruzione di sistemi narrativi, solitamente digitali, per realizzare un’esperienza curiosa, innovativa, intrigante”. 

 

L’artista ha gentilmente accettato di rispondere alle nostre domande: vi riportiamo qui di seguito l’intervista in cui ci parla del suo iter artistico e del suo lavoro presso il CERN. Buona lettura e fateci sapere cosa ne pensate! #RefreshLiterature!

 

Collide@CERN: intervista a Cassandre Poirier-Simon

 

 

GG: Come ti sei avvicinata al mondo della letteratura elettronica?

 

CPS: Credo che per me sia una ricerca formale, un’opportunità poetica. Non so esattamente perché, ma ho iniziato spinta dalla volontà di inventare nuovi sistemi di lettura. Sono sempre stata interessata ai modi in cui vengono raccontate le storie. Marionette, fumetti, teatro, giochi, audio-storie, cinema… queste sono le diverse forme artistiche di cui mi sono nutrita, ciascuna delle quali con diversi sistemi di scrittura e di lettura. Le creazioni digitali uniscono queste arti per formare altri sistemi narrativi. Inoltre possiamo vedere nelle arti una sempre maggiore ibridazione e una mutua interazione. Quindi mi interesso anche degli oggetti tangibili che fanno uso del digitale come uno dei propri componenti.

 

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Un’opera che invita a riflettere sulla narrativa ipertestuale stessa, “Compagnon de route” (2013).

 

GG: Come si è svolto il bando di concorso per partecipare al programma Collide Geneva?

 

CPS: Temo di non ricordare bene ora i prerequisiti esatti, a parte il lavorare nel settore della ‘scrittura digitale’. Abbiamo dovuto inviare, entro la fine di gennaio, un video motivazionale, un documento con la proposta del progetto e un portfolio.

 

 

Voglio abbandonare il sistema referenziale di ciò che conosciamo, ovvero, la carta e trarre ispirazione dai modi di rappresentazione del mondo suggeriti dai fisici

 

 

GG: Nel tuo blog Les chemins annunci che durante i tre mesi di residenza presso il CERN lavorerai alla creazione di un ebook sperimentale. Puoi dirci di cosa si tratta? Come si svolgerà il tuo lavoro presso il CERN?

 

CPS: Sì, il mio obiettivo è realizzare un libro digitale sperimentale (più probabilmente una app che un ebook). Ho detto ‘sperimentale’ perché sto ricercando un formato che non sia quello standard del libro digitale. Voglio trovare la poesia nel formato del libro digitale ovvero nelle sue caratteristiche ergonomiche, nella navigazione e nell’interazione. Questi elementi, così strettamente collegati che li vedo come una cosa sola , possono essere un elemento poetico a livello del testo stesso, del dialogo testo-immagine, ecc. È un’esperienza di lettura nel suo complesso. Quindi, come rappresentare un testo di finzione nello spazio digitale?

 

Per fare ciò, voglio abbandonare il sistema referenziale di ciò che conosciamo, ovvero, la carta (libri, ritagli, piegature, pop-up, ecc.) e trarre ispirazione dai modi di rappresentazione del mondo suggeriti dai fisici. Quindi spero di mettere in atto una sorta di corrispondenza tra il sistema del libro e il suo contenuto. Per esempio, come si potrebbe realizzare un libro in continua espansione?

 

Al CERN farò delle visite in diverse sezioni di ricerca, incontrerò diverse persone, cercherò di capire i concetti con cui lavorano, li rappresenterò attraverso il sistema di navigazione nel libro e confronterò queste idee architettoniche con i ricercatori.

 

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Un esempio di libro digitale sperimentale, Terre de Grâce (2013).

 

GG: Come reputi questa opportunità offerta da un istituto importante come il CERN?

 

CPS: Sono molto contenta di avere questa residenza presso il CERN perché mi permette di trascorrere tre interi  mesi a lavorare a un progetto di ricerca e di fare incontri stimolanti con i ricercatori del CERN, il tutto in un ambiente che non avrei mai potuto scoprire in nessun altro modo. Sono anche interessata al CERN come spazio in sé e penso che trarrò ispirazione per il libro dai posti che visiterò lì. Non riuscirò mai a finire il libro in tre mesi, ma continuerò a lavorarci dopo, perché il mio intento è avere un libro digitale terminato, una app che possa essere pubblicata nei digital store.

 

 

Il web è più flessibile e tecnicamente più avanzato rispetto all’ePub, specialmente per quanto riguarda l’interoperabilità

 

 

GG: Secondo te come sta cambiando il mondo dell’editoria con l’espandersi dell’editoria digitale?

 

CPS: Ci sono diverse realtà editoriali in base ai diversi Paesi. In Francia, per esempio, gli attori che giocano un ruolo importante nell’editoria digitale e in quella a stampa non sono gli stessi. Alcuni editori a stampa hanno provato timidamente a collaborare con agenzie digitali, ma per ora è un mercato di nicchia. Il pubblico conosce meglio gli ebook – che di solito sono la versione omotetica dei libri cartacei – piuttosto che ciò che sta avvenendo nella scrittura digitale pura. Inoltre, soltanto dei collettivi digitali, che sono abituati a lavorare in modo collaborativo e con diversi media, sono capaci di proporre contenuti digitali.

 

Ci sono anche alcune iniziative provenienti dagli autori stessi, ma non ne arrivano tante dalle case editoriali classiche. In Francia alcune case editrici digitali sono state fondate attorno al 2012 e hanno entusiasticamente abbracciato i principi di questo nuovo campo creativo, ma per il momento non hanno un buon seguito di pubblico. È veramente un campo ricco e pieno di promesse, ma ci sono talmente tante limitazioni tecniche e un tale bisogno di ripensare il modello commerciale del libro che molte persone sono dissuase dall’intraprendere questo cammino.

 

Io vedo delle opportunità nel web. Il web è più flessibile e tecnicamente più avanzato rispetto all’ePub, specialmente per quanto riguarda l’interoperabilità. Esistono anche sempre più software online e gli autori vi possono lavorare facilmente. 

 

 

GG: Come spiegheresti le opere di letteratura elettronica e il fenomeno della multiliteracy a coloro che non conoscono ancora questo genere letterario?

 

CPS: Mi tocca farlo in continuazione ed è sempre complicato! I miei nonni mi chiedono sempre ‘per favore Cassandre, spiegaci in una frase cosa stai facendo così lo possiamo raccontare ai nostri amici’. Io parlo di scrittura per il formato digitale, prendendo in considerazione il potenziale del medium e il vocabolario inerente. Si tratta di pensare al contenuto, al contenitore e al lettore contemporaneamente.  È una sorta di puzzle.

 

Tutto è possibile, ma l’autore deve realizzare scelte efficienti in quanto è facile giungere a innovazioni inutili. Ci sono degli standard che un lettore avvezzo può capire per leggere un libro. Prendiamo l’esempio dei fumetti: le persone non abituate a leggerli si chiedono se devono iniziare a leggere prima i testi o le immagini. Con un po’ di esercizio si possono leggere come un tutt’uno senza dover pensare più a ‘come leggerli’.

 

La struttura di uno dei libri elettronici di Cassandre.

La struttura di uno dei libri elettronici di Cassandre.

 

GG: Nel tuo blog riassumi alcune riflessioni sullo stile, il gioco e l’interazione. Quale aspetto della letteratura elettronica ti interessa in particolare?

 

CPS: Nella letteratura elettronica come nei fumetti, nei film e nella letteratura in generale mi interessa la messa in scena. Sono interessata a quelle opere che a mio parere sfidano i confini del linguaggio dei media che le veicolano. Questo può essere fatto per creare un altro significato al di sopra della storia narrata, per giocare con lo spettatore/lettore, per farlo divertire o per sorprenderlo, ecc. Sono inoltre alla ricerca di un arrangiamento intelligente nei libri digitali, ma ci sono veramente poche opere che a mio parere sono riuscite su tutti i livelli.

 

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“Nella letteratura elettronica mi interessa la messa in scena.”

 

GG: Nel tuo lavoro di freelance, si legge sul sito web del Cern, ti capita spesso di assistere scrittori abituati al medium libro nel passaggio al formato digitale. Potresti dirci quali sono i principali ostacoli che questi scrittori trovano in questo passaggio e cosa ne pensano del risultato finale?

 

CPS: Non ho lavorato spesso con autori perché io stessa scrivo la maggior parte delle mie storie. In qualità di autrice ho lavorato anche con un programmatore che voleva rendere visibile una applicazione concreta  del linguaggio di programmazione che stava sviluppando. Gli autori che si rivolgono a me di solito sono già propensi a relazionarsi con il linguaggio digitale. Ho fatto da consulente per una casa editrice che voleva adattare una parte dei suoi libri al digitale. Ho anche lavorato con Marc Galvin, un giornalista scientifico, per scrivere la serie di libri digitali “La terre de Luna” (Luna’s Earth).

 

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Gioco di ruolo in formato digitale. Il lettore segue attivamente le avventure di Luna. La Terre de Luna (2012).

 

Comunque è un lavoro pedagogico: io spiego loro cos’è possibile, cosa potrebbe non essere comprensibile al lettore, le diverse logiche di scrittura che possono usare e così via. Per esempio Marc Galvin aveva già scritto i primi due libri della serie prima che io iniziassi a lavorare alla versione digitale. Quindi mi sono basata sulla logica di quei libri già esistenti per concepire l’architettura della versione digitale. Per i prossimi volumi gli ho chiesto di seguire certe logiche di scrittura che sono basate sulla app che ho creato nel frattempo.

 

Posso anche chiedere agli autori un output particolare. Per esempio, per il progetto OLIE (che inizialmente si chiamava “The pillow book), ho chiesto di pensare a un file audio per persone in procinto di addormentarsi. L’autore poi dovrà scrivere e registrare se stesso o lavorare insieme a musicista o a un attore. È lui che gestisce l’intera catena di produzione, cosa che invece non si verifica, al momento, con le opere di arte digitale.

 

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“Credo che il futuro della letterattura elettronica si trovi al di fuori dello schermo”, OLIE, Il cuscino-libro, 2012.

 

Credo anche che in futuro la letteratura elettronica uscirà dagli schermi

 

 

GG: Quali progetti vorresti realizzare in futuro e cosa ti auspichi per il futuro della letteratura elettronica?

 

CPS: Spero che in futuro la letteratura elettronica si liberi dalle chiusure imposte dalle grandi aziende. Per esempio, Apple lavora solo con dispositivi della Apple e app della Apple. È un mondo autosufficiente e questo vale per tutte le altre grandi aziende. C’è poca interoperabilità e quindi poca libertà di passare da una piattaforma a un’altra.

 

Spero anche che riusciremo a trovare un modello commerciale  per retribuire gli autori e per raggiungere il pubblico. Ho l’impressione che saranno messi  in commercio  sempre più software che permetteranno ad autori, o a gruppi di autori, di realizzare libri digitali per mezzo di una linea di produzione semplice.

 

Credo anche che in futuro la letteratura elettronica uscirà dagli schermi. Con l’Internet of Things ciò è assolutamente possibile. Tra i progetti che sto portando avanti c’è, per esempio, OLIE, un accessorio mobile per cuscini, in tessuto, che riproduce storie audio e si adatta al sonno di una persona. Siamo usciti fuori dallo schermo!

 

Mi piacerebbe costruire il mio tablet, concepire un design meno freddo e asciutto, adattarlo ai miei modi di lettura oppure proporre delle mostre nelle quali ciascun libro digitale è montato su un tablet personalizzato piuttosto che su una serie di tablet chiusi.

 

 

GG: Quali sono secondo te le iniziative che dovrebbero adottare le istituzioni al fine di risolvere il “digital divide” e diffondere quindi la conoscenza e l’utilizzo critico e creativo delle nuove tecnologie?

 

CPS: Ci sono diverse istituzioni, in Francia per esempio, che sono specializzate o hanno un dipartimento specializzato nel rendere più familiari le nuove tecnologie (centri sociali, biblioteche, ecc.) e che organizzano seminari per bambini e adolescenti. Ma sì, in effetti è un processo molto, molto lento se si pensa che è da 15 anni che qui [in Francia] hanno iniziato a diffondersi ampiamente le tecnologie informatiche e di comunicazione. Possiamo anche parlare del “geographical digital divide”, ma non so se questo tipo di tecnologia che abbiamo sia così necessaria e io preferisco quelle tecnologie che le persone possono costruire da sole, ma probabilmente questo è un altro discorso.

 

Penso che le scuole e le biblioteche dovrebbero essere le prime istituzioni ad essere attrezzate con queste tecnologie e  dovrebbero insegnare ai bambini come funzionano (il che significa insegnare come usarle, ma anche come servirsene). Per esempio non capisco perché mia sorella, che ha 13 anni, deve ancora trascinare tutti i giorni uno zaino grande che contiene dai due ai cinque libri, alcuni dei quali in uno stato pietoso, se esistono altre soluzioni digitali.



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Collide@CERN: interview with Cassandre Poirier-Simon

collide@cern
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What has the largest laboratory of particle physics of the world to do with electronic literature? Quite a lot actually.

 

CERN

 

The “home” of the web

 

As is known, it was during the 1980s when the young Londoner Timothy “Tim” John Berners-Lee was looking for a way to organize the huge amount of information produced by the very CERN (European Organisation For Nuclear Research) he started to dedicate himself to program Enquire that would have later on allowed the hypertextual management of contents, fulfilling the intuitions of Vannevar Bush in 1945 (MEMEX) and of Theodor “Ted” Nelson in 1962 (Xanadu).

 

Furthermore, nine years later, it was still in the hallways of the CERN the Berners-Lee met the Belgian Robert Cailliau with whom he succeeded in perfecting Enquire, by creating the program which will pass to history with the name of World Wide Web, with its “common language” for the interchange of hypertexts between different computers (HTTP) and its markup language for hypertexts (HTML).

 

Arts@CERN

 

Particle physics and the arts are inextricably linked: both are ways to explore our existence, what it is to be human and our place in the universe. The two fields are natural creative partners for innovation, research and development.

 

That’s what the website of Arts@CERN reads, the multidisciplinary artistic program of the laboratory – run by Mónica Bello since 2015 – which aims to promote the collaboration between artists and scientists under the motto “Great Arts for Great Science“.

 

Established in 2011, the program is composed of various projects, among which Accelerate – a monthly research award given each year to two artists from different countries and different branches, who have never worked in scientific laboratories – and Collide.

 

Collide@CERN

 

Collide@CERN is the flagship programme of the artistic program of the Genevan laboratory. The prestigious award consists of a fully paid artistic residence lasting three months:

 

By bringing world-class artists and scientists together in a free exchange of ideas, the COLLIDE award explores elements even more elusive than the Higgs boson: human ingenuity, creativity and imagination. The programme gives artists the time and space to reflect, research and renew their artistic practice and career by encountering the multi-dimensional world of particle physics in carefully curated encounters.

 

Collide@CERN is articulated in three forms: International Award – a collaboration between CERN and FACT (Foundation for Art and Creative Technology); Pro Helvetia Award – reserved for artists from Switzerland – and Geneva Award – opens to digital writers who were born, live or work in the Geneva region, in order to celebrate the important role that this place has had and still has in the arts and science. 

 

 

Collide@CERN: the winner of the Digital Writing section

 

On February 2016 the CERN announced that the winner of the Collide@CERN Geneva Award, in the sector of Digital Writing is French artist Cassandre Poirier-Simon. An independent designer active in Geneva and Paris, Cassandre is specialized in the “building of narrative systems, usually digital, to create curious, innovative and intriguing experiences”.

 

The artist has kindly accepted to answer our questions: here we report the interview in which she tells us about her artistic iter and about her work at the CERN. Enjoy the read and let us know what you think! #RefreshLiterature!

 

Collide@CERN: interview with Cassandre Poirier-Simon 

 

 

GG: How did you get involved with electronic literature?

 

CPS: I think that for me, it’s a formal research, a poetical opportunity. I don’t exactly know why, but I began by wanting to invent new reading systems. I’ve always been interested in the ways stories are told. Puppets, comics, theater, games, audio stories, cinema… those are the different artistic forms I was nourished by, each one with different writing/reading systems. Digital creations associate those arts to form other narrative systems. Furthermore, we can see in the arts more and more hybridization and play between all of them. Thus I don’t forget the tangible displays that use also the digital as one of their components.

 

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A digital work that reflects on hypertextual narrative itself, “Compagnon de route” (2013).

 

GG: How did the competition announcement to participate in the Collide Geneva programme proceed?

 

CPS: I’m afraid I don’t remember now the exact requirements, except for having to be in the field of ‘digital writing’. We were asked to send a motivational video and a document with the project proposal and a portfolio before the deadline in January.

 

GG: In your blog Les Chemins you announce that during the three months of your residency at CERN you will work on the creation of an experimental e-book. Could you tell us more about it? How will your work at CERN proceed?

 

I want to leave the referential system of what we know, that is to say, the paper and draw inspiration from modes of representations of the world suggested by physicists

 

 

CPS: Yes, my objective is to make an experimental digital book (more likely an app than an e-book). I’ve said ‘experimental’ because I’m not looking for a digital book’s standard form. I want to find poetry in the digital book’s form that is its ergonomic features, navigation and interaction. Those elements, as closely related that I see them as one, can be a poetic element at the level of the text itself, the dialogue text-image, etc. It is an entire reading experience. So, how to represent a fictional text in the digital space?

 

To do this, I want to leave the referential system of what we know, that is to say, the paper (books, cut-outs, foldings, pop-ups, etc.) and draw inspiration from modes of representations of the world suggested by physicists. Therefore, I wish to set in place a kind of correspondence between the book’s system and its his content. For example, how to do an ever-expanding book?

 

At the CERN, I will do some visits in the different research sections, meet several people, try to understand the concepts with what they work with, represent them through the navigation system in the book, and confront those architecture ideas with them.

 

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An example for an experimental digital book, “Graceland” (2013).

 

GG: How do you view this opportunity given by such an important institution like CERN?

 

CPS: I am delighted to hold this residency at CERN because it allows me to spend three full months working on a research project, to make enriching encounters with CERN people, all this in an environment that I would have never discovered in any another way. I am also interested in the CERN as a space in itself and I think I will draw inspiration for the book from the places that I will visit there. I will never be able to finish the book in three months, but I will continue later on, because my goal is to have a digital book finalised, an app that can be published in digital stores.

 

The web is more flexible, technically more advanced than the ePub, especially with regard to interoperability

 

GG: How is the editorial world changing, in your opinion, with the expansion of electronic publishing?

 

CPS: There are different editorial worlds depending on the country. In France, for example, it’s not the same actors that play a role in digital publishing and paper publishing. Some paper editors have timidly tried to do partnerships with digital firms, but for the moment it’s a niche. The public knows better the e-books, which usually means the homothetic version of paper books, than what’s happening in native digital writing. Furthermore, only digital teams, which are accustomed to work in a collaborative way and with several medias, are able to propose digital content. There are also a few initiatives from the authors themselves, but not so many from classical publishing houses. In France some digital publishing houses were founded around 2012 and enthusiastically embraced the principles of this new creation field, but for the time being the public has not followed. It’s a really rich field and full of promises, but there are so many technical constrains and a big need to re-think the book’s business model that many people are dissuaded to start down this path.

 

I see opportunities in the web. The web is more flexible, technically more advanced than the ePub, especially with regard to interoperability. There is also more and more software online, and authors can work easily with it.

 

GG: How would you explain the works of electronic literature and the phenomena of multi-literacy to those who don’t know this literature genre yet?

 

CPS: I have to do it all the time, and it’s always complicated! My grandparents ask me every time ‘please Cassandre, explain us in one sentence what you’re doing, so we can tell our friends’. I talk about writing for the digital format, taking into account the medium’s possibility and the inherent vocabulary. It’s thinking of the content, the container and the reader all at once. A kind of puzzle. Everything is possible, but as an author you have to make efficient choices because it can easily become a pointless innovation. There are some standards that a trained reader can understand in order to read the book. Take the example of comics: people who are not accustomed to reading them wonder whether they have to begin by reading the texts or the pictures. After a little experience, you can read them as a whole and don’t think about the ‘how to read it’ anymore.

 

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The structure of one of Cassandre’s digital book.

 

GG: In your blog you summarize some reflections on style, gaming and interaction. Which aspect of the electronic literature are you more interested in?

 

CPS: In the electronic literature as in comics, movies and literature in general, I’m interested in the staging. I’m interested in works that I feel are challenging the boundaries of the media language that carry them. It can be done in order to make another meaning above the story, to play with the spectator/reader, to make him having fun or be surprised, etc. I’m also looking for an intelligent setting in digital books, but there are really few works that I feel have succeeded at all levels.

 

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“In the electronic literature I’m interested in the staging.”

 

GG: In your activity as freelance, as you can read on the website of CERN, you often happen to assist authors who are used to the printed book and want to change to the digital format. Could you tell us the main obstacles that these authors find during this process and what they think about the final result?

 

CPS: I haven’t often worked with authors because I write most of my stories. I’ve even been an author for a developer who wanted to display a concrete application of the programming language he was developing. The authors who approach me are usually already open to engage with the digital language. I’ve made consulting for a publishing house that wanted to adapt a part of its books in digital. I’ve also been working with Marc Galvin, a scientific journalist, to write the digital book series “La terre de Luna” (Luna’s Earth).

 

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“A digital book is not a mere transposition of a printed book.” “Luna’s Earth” (2012).

 

However, there is a pedagogical work: I explain them what is possible, what may be not understandable by the reader, what different writing logics they can use and so on. For instance, Marc Galvin had already written the first two books of the series before I began working on the digital version. Hence, I based myself on the logic of those existing books to conceive the architecture of the digital version. For the next volumes, I asked him to follow some writing logics that are based on the app that I’ve created in the meantime.

 

I can also ask the authors a particular output. For example, for the OLIE project (once “The pillow book), I ask them to think of an audio file for person about to fall asleep. The author will then write and register himself, or do a collaboration with a musician/comedian. He masters all the production chain, which is not the case, for the moment, with a digital artwork.

 

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“I see the future of digital literature out of the actual screens”, “OLIE / The pillow book” (2012).

 

I also see the future of digital literature out of the actual screens

 

GG: What projects would you like to make in the future and what are your hopes for the future of electronic literature?

 

CPS: I hope that the future of digital literature will get rid of the locks imposed by big enterprises. For instance, Apple works only with Apple devices and Apple apps. It’s a self-contained world and this is the same for all other big players. There is little interoperability and therefore freedom to switch from one platform to the other.

 

I also hope that we’ll be able to find a business model to remunerate the authors and reach the public. I have the impression that more and more software will be released to allow authors, or teams of authors, to make digital books through a simple production line.

 

I also see the future of digital literature out of the actual screens. With the Internet of Things, this is entirely possible. Among the projects I’m developing, there is, for example, OLIE, a mobile accessory for pillow, in fabrics, that tells audio stories and adapts to a person’s sleep. We go out of the screen!

 

I would like to construct my own tablet, conceive a less cold/dry design, adapt it to my ways of reading, or propose exhibitions in which each digital book is mounted on a personalized tablet rather than a succession of locked tablets.

 

GG: What are in your opinion the initiatives to be taken by the institutions in order to solve the problem of the “digital divide” and thus spread knowledge about the critical and creative use of the new technologies?

 

CPS: There are several institutions, in France, for instance, that are specialized, or have a department specialized in the familiarization of new technologies (community centers, libraries, etc.), and organize in workshops for children and teenagers.

 

But yes, it’s really really slow, because it’s been 15 years that the information and communication technologies are widespread here. We can also speak about the geographical digital divide, but I don’t know if this kind of technology we have is so necessary, and I prefer technologies people can build themselves, but this is probably another debate.

 

I think that schools and libraries are the first institutions that should be equipped with those technologies and teach children how they work (which means how to use them, but also how to make use of them). For example, I don’t understand why my sister, who is 13, still has to carry all days a big backpack with two to five books, some in a pitiable state, when other digital solutions exist.



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